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Racconto di Natale (2025)
16.12.2025 |
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"Cercai di dormire un po’, ma inutilmente, così alla fine mi dedicai ai preparativi personali e non..."
Era un po’ che sedevo al computer cercando di farmi venire un’idea originale per il racconto di Natale, che ogni anno dedico ai miei lettori, ma al momento la mia mente era più disabitata del deserto del Kalahari nel giorno di Ferragosto.Cominciavo a sentirmi demoralizzato e il desiderio di mollare tutto si faceva sempre più impellente, anche se mi dispiaceva lasciare i miei lettori a bocca asciutta. Va bene che i racconti natalizi sono roba da bambini, così pieni di buoni propositi e zuccherosi sentimenti, ma in fondo anche noi adulti restiamo sempre un po’ bambini: non si spiegherebbe altrimenti quella voglia smodata che abbiamo di succhiare un bel capezzolone sugoso, che tanto ci ricorda quello della mamma… tanto più che il risultato è lo stesso: una bocconata di latte caldo e denso, che scende sciropposo lungo la gola…
Ero giusto immerso in questa gustosa fantasia, quando il trillo del campanello mi riportò alla realtà. Mi guardai attorno con aria smarrita, senza riuscire a mettere a fuoco quanto era successo, quando il campanello trillò di nuovo. E se volevo sapere chi era a disturbare la mia solitudine, mi toccava schiodarmi dalla sedia e andare alla porta. La porta…
Scusate, ho avuto un attimo di smarrimento, al ricordo. Avevo l’aria un po’ scocciata, quando aprii la porta: ero in uno dei miei momenti di ursite acuta, quando mi do fastidio da solo, ma non potei fare a meno di restare un attimo a bocca aperta, non appena i miei occhi si puntarono sull’ospite inatteso. No, non dite “Eh, ti pareva!”, perché il tipo meritava veramente ogni ossequio ed ogni lode.
Vi è mai capitato di vedere uno di quei telefilm americani con quei ragazzoni biondi, lineamenti modellati da una mano felice e un fisico che sembra essere stato geneticamente modificato in laboratorio. Un David di Michelangelo, insomma, ma ancora più bello, fisicamente più morbido ed armonioso.
“Mister Adad?”, chiese con una voce baritonale e un leggero accento straniero che mi diede ulteriori brividi di sfrenata lussuria.
“In cosa posso esserle utile?”, chiesi stupidamente, sentendomi rimescolare il cazzo nelle mutande.
Diciamola tutta: sto benedetto ragazzo… ragazzo per modo di dire, perché comunque avrà pur avuto i suoi trenta/trentacinque anni; sto benedetto ragazzo, dicevo, non solo era bello come un dio greco, più maschio di Ettore in persona ecc. ecc., ma indossava dei jeans che qualcuno doveva avergli cucito direttamente addosso, non si spiega altrimenti come potevano stargli così aderenti alle cosce e protuberargli un pacco, tanto voluminoso da chiedersi cosa diavolo potesse starci dentro.
“Salve, - disse lui con la sua voce morbida e pastosa – mi chiamo Stepen Brodosilenen.”
Aggrottai le sopracciglia a sentire quel cognome e lui sorrise, esibendo una dentatura smagliante. Madre natura si era veramente data da fare per lui.
Se si fosse impegnata almeno la metà per me… Lasciamo stare.
“I nomi, nella nostra lingua sono difficili pronunciare per voi, lo so. Mi chiami pure Stepen.”
Avrei dovuto chiedergli quale fosse quella sua lingua, come mai era venuto a cercarmi e tutto il resto, ma chi riusciva a ragionare? Ero completamente succubo dell’ammaliamento che la sua presenza esercitava su di me.
“Permette?”, fece allora lui, indicando l’interno dell’appartamento.
“Oh, mi scusi, - feci, riscuotendo il mio cervello dal torpore – prego, si accomodi.”, e aprii del tutto la porta, facendomi da parte per lasciarlo entrare.
Mi passò davanti e si diresse verso il soggiorno, che gli indicavo col braccio teso, lasciandosi dietro un fresco sentore di colonia, che mi ritrovai a inspirare quasi con un senso di straniamento. Insomma, mettetevi nei panni di un pover’uomo non più negli anni, che ormai fatica a trovare un cazzo in carne e ossa da succhiare, ed è costretto ad inventarseli nei suoi racconti: un giorno riceve la visita inaspettata di questo giovanottone, che sembra uscito da un porno della migliore produzione americana e non deve sentirsi rimescolare la verminaia? È già molto se non gli svenni davanti al suo primo sorriso!
“Gradisce un drink?”, gli chiesi, mentre faceva per sedersi su una poltroncina.
“No, la ringrazio”
“Si tolga il giubbotto.”, aggiunsi e glielo presi andando ad appenderlo all’attaccapanni.
“Posso offrirle almeno un caffè?”, dissi, tornando da lui.
“Un buon caffè italiano? molto volentieri.”, rispose lui con un sorriso che mi fece tremare le vene ai polsi.
Mi sembrava di vivere una situazione surreale… o extrasensoriale, che non so nemmeno io cosa significa. Accesi la macchinetta, inserii la capsula e feci appena in tempo a mettere la tazzina, prima che, uscendo, il caffè si spandesse dappertutto. Il grato aroma del caffè valse a ridarmi un po’ della perduta lucidità; così, tornai in soggiorno reggendo con mano più ferma il vassoietto con le tazzine e la zuccheriera.
Mi sedetti sul divano davanti a lui, perdendomi nella contemplazione del suo interno coscia, mentre zuccherava il caffè.
“Fantastico!”, esclamò dopo il primo sorso.
Sorrisi in ringraziamento, poi:
“Cos’è che la porta da queste parti?”, gli chiesi.
Da queste parti, in pratica a casa mia. Stepen poggiò sul tavolinetto la tazzina vuota, si lasciò andare contro il sedile della poltrona e, accavallando le gambe:
“So che negli anni scorsi, Babbo Natale si è fermato spesso qui da lei…”, cominciò.
“Sì, è vero: la mattina di Natale si ferma qui, dopo il suo giro: prende un caffè, fa la doccia, insomma si rilassa un po’ dopo una notte faticosa…”
Stepen mi fissava in attesa.
“A volte si ferma anche a pranzo…”, continuai, non sapendo dove volesse andare a parare.
Lui annuì.
“Mi scusi se glielo chiedo, - disse – ma era per farmi un’idea.”
Aggrottai al fronte e scossi la testa con aria interrogativa.
“Il fatto è che quest’anno… o dovrei dire da quest’anno sarò io Babbo Natale.”
“Lei? e Johan che fine ha fatto?”
“Purtroppo, Johan si è infortunato qualche mese fa, mentre sciava sui ghiacciai del Nerskaldvaal…”
“Accidenti!”, esclamai con vero rammarico, ripensando alle notti bollenti che avevamo passando assieme, contemplando il camino acceso e la neve che infuriava fuori dalla finestra.
Ok, ok, eravamo nudi su un folto tappeto e queste cose le contemplavamo fra una battuta di caccia e l’altra. Una caccia al fringuello, ovviamente.
“Attualmente, sta facendo fisioterapia, e avrebbe potuto anche farcela per questo Natale, ma dopo tanti anni di servizio, ha deciso di godersi il meritato riposo... non quello eterno, ovviamente. – ridacchiò - Il Consiglio d’Amministrazione della SCC ha indetto, allora un concorso ed eccomi qua, che sto cercando di farmi un’idea della situazione.”
“La SCC?”, chiesi.
“La Santa Claus Corporation: la multinazionale che gestisce tutto l’ambaradan natalizio.”
“Capisco. Quindi, questo significa che quest’anno sarà lei che avrò il piacere di ospitare la mattina di Natale?”, chiesi, mentre la gola mi si prosciugava progressivamente dalle labbra alla bocca dello stomaco.
“Se non le arreca troppo disturbo…”
“Disturbo? – avvampai – Ma no… figuriamoci… anzi…”, balbettai, rosso come un peperone.
“Dopo aver scarrozzato per il mondo tutta la notte, sarà un sollievo fermarsi a prendere un caffè a casa di un amico.”, disse lui.
“Beh, anche una brioche…”, feci io con un sorriso.
“E un dopo brioche? So che Johan apprezzava molto prendersi un riposino…” e si fermò pudicamente.
“Sì, ci piaceva rilassarci un po’, - dissi io sfacciatamente - lui si riposava dopo lo stress della nottata e io… beh, mi godevo il mio regalo di Natale.”
“Immagino…”, fece lui, con un ghigno sulle belle labbra, alzandosi e venendo a sedermisi vicino.
Il calore, il profumo del suo corpo cominciarono a stordirmi.
“Chissà quante ne ha viste questo divano…”, mi mormorò lascivamente Stepen quasi lappandomi l’orecchio.
“Per non parlare del letto di là, in camera.”
“Allora, occorre darci un’occhiata… che ne dici?”
“Direi proprio di sì!”, feci, alzandomi e prendendolo per mano, mentre gli davo una sbirciata all’inguine, così promettente nel suo gonfiore.
[omissis per pudore natalizio]
Quando tornammo alla realtà, io e Stepen eravamo distesi sul letto nudi, sudati e maleodoranti di sudore e altre schifezze, che possiamo ben immaginare. Ma, nonostante questo, i miei desideri nei confronti di questo pezzo di manzo natalizio erano tutt’altro che appagati.
Del resto, è notorio che un attivo, quale si era rivelato il neo-Babbo Natale, dopo la terza o quarta sborrata, è fuori combattimento per un po’, mentre un passivo, alla cui categoria mi onoro di appartenere, è in grado di durare molto più a lungo e soddisfare, con i suoi vari orifizi, un buon numero di maschi.
Personalmente, credo che non mi spaventerei, se mi trovassi al centro di una decina di ragazzotti arrapati, tutti col cazzo puntato verso di me… Dico “credo”, perché sfortunatamente una tale situazione non mi si è mai presentata.
Nessuna meraviglia, pertanto, se nonostante fossi stato scopato ripetutamente ovunque fosse possibile, le mie voglie erano tutt’altro che sopite.
Così, quando lo vidi allungare la mano al comodino, prendere una sigaretta e accendersela, non riuscii a resistere all’impulso di dare una tiratina al suo sigaro bianco: lo presi delicatamente con due dita e, vincendo una leggera repulsione, me lo accostai alle labbra. Lui mi guardò e con tono ironico:
“Dubito che ci troverai ancora qualcosa lì dentro…”, ghignò.
“Dici?”
Stepen fece scherzosamente spallucce:
“Come idrovora, devo ammettere che sai il fatto tuo.”
“Ok”, feci rassegnato e, per non perdere il mio tempo, mi diedi a lappargli i capezzoli.
Erano grossi e duri come ossi di ciliegia ed era piacevolissimo avvolgerli con la lingua e mordicchiarli. Stepen rabbrividì e il cazzo, che tenevo in mano. ebbe un leggero fremito, ma a parte questo non diede altro segno di vita. Forse era vero che lo avevo prosciugato peggio di un vampiro.
Per un po’, lui mi lasciò fare, poi mi attirò a sé:
“È inutile, - mi disse – per oggi hanno chiuso bottega, laggiù. Ma ci rivediamo a Natale, non preoccuparti.”
“A Natale manca ancora qualche bel mese.”, sbuffai.
“Passeranno, - mormorò Stepen, dandomi un bacio sulla guancia – e vedrai che bel regalo avrà per te Babbo Natale!”
Restammo ancora qualche oretta sul letto a carezzarci e chiacchierare. Sarei rimasto così per il resto della vita, ma Stepen guardò la sveglia sul comodino.
“Mi dispiace, Adad, ma devo proprio andare: gli Elfi si staranno chiedendo che fino ho fatto.”
“Gli Elfi? Di che Elfi stai parlando?”
“Il pilota e lo steward.”
“Il pilota e lo steward?”, chiesi confuso.
“Certo, non sono venuto mica a piedi! Ho l’elicottero parcheggiato nel qui vicino.”
“Ma io non ho sentito nessun elicottero.”
“Opera di magia, - disse lui alzandosi e cominciando a rivestirsi – sono o non sono il nuovo Babbo Natale.”
A quel punto, ci salutammo e se ne andò. Corsi subito a trascrivere, con le dovute censure, quanto era appena successo: finalmente stavo per avere il racconto di Natale tanto agognato dai miei lettori. Dopo di che, iniziò la lunga attesa.
Ma pure, i giorni, le settimane, i mesi passarono e giunse finalmente la Vigilia di Natale. Da un pezzo avevo preparato un bell’albero sfavillante di luminarie e di fianco un più modesto, ma forse per questo più suggestivo presepe. Non che io sia particolarmente credente, ma le tradizioni sono tradizioni, come l’abbacchio a Pasqua e l’anguria a Ferragosto.
Inutile dire la fibrillazione con cui passai la giornata e soprattutto la nottata, e infatti non lo dico. Cercai di dormire un po’, ma inutilmente, così alla fine mi dedicai ai preparativi personali e non.
Finalmente, giunse l’alba; l’oriente si tinse del “dolce color d’oriental zaffiro”, come dice Dante, e stavo giusto preparando la moka, ché ormai sarebbe arrivato da un momento all’altro, quando sentii un tintinnio che si avvicinava. Corsi alla porta, giusto nel momento in cui la grossa slitta planava nella stradina laterale e un grosso Babbo Natale saltava fuori, agitando la mano nella mia direzione. Gli feci segno di sistemare le renne nella rimessa dietro casa, dove avevo predisposto tutto il necessario per il ristoro e il riposo degli animali affaticati.
“Le renne ti ringraziano per il pensiero.”, mi disse sorridendo, quando mi raggiunse in cucina.
“Ho pensato anche a te.”, feci, porgendogli la tazzina fumante del caffè.
La bevve con evidente piacere.
“Bene, - disse, poggiandola sul tavolo – adesso veniamo a noi.”
Si tolse la barba e si slacciò l’abito imbottito, togliendoselo a fatica. Sotto era nudo, indossava solo un minuscolo paio di slip.
“Accidenti, - esclamai – sei ancora più figo di quanto ti ricordassi!”, e allungai la mano verso il pacco stragonfio.
Stepen scoppiò a ridere e si tirò indietro.
“Forse è meglio se mi lasci fare una doccia, prima, sono fradicio di sudore…”
“Ma chi se ne frega!”, dissi e mi gli inginocchiai davanti, strattonandogli giù gli slip.
Il grosso cazzo ricadde molle e carnoso. Effettivamente, non aveva un buon odore, dopo una notte di viaggio, ma ne avevo troppa voglia… e poi, avevo sentito di peggio. Lo presi in mano, era caldo e umidiccio di sudore; lo scappellai e senza pensarci oltre mi affondai in bocca il glande spugnoso, slurpandolo e avvolgendolo con la lingua. La reazione non tardò a venire: in un attimo fu turgido e mi versò sulla lingua una generosa spurgata di sugo.
Lui mi lasciò fare per un po’, poi mi sollevò per le ascelle:
“Lasciami fare un doccia, - ripeté, stringendomi fra le braccia – mi sento a disagio così puzzolente.”
Lo accompagnai in bagno e anche nel box doccia, per spiegargli il funzionamento dei rubinetti, diciamo così. E, già che c’ero, ne approfittai per lavargli la schiena e non solo. Il che gli piacque molto, come testimoniavano i brividi che gli sentivo correre sotto la pelle, specialmente mentre gli insaponavo certi punti sensibili.
Ero soggiogato da quel magnifico maschio, al punto che trovai del tutto naturale inginocchiarmi per lavargli le cosce e i piedi.
E fu così che, rialzando la testa, sbattei con la bocca nella punta gocciolante del suo cazzo. Che potevo fare? L’istinto animalesco ebbe a quel punto il sopravvento e spalancai la bocca ingoiandolo per un buon tratto.
Stavolta, Stepen non fece obiezione e si abbandonò al piacere di quel pompino da entrambi atteso con ansia.
Il resto, quanto successe fra le mie quattro mura, non serve che lo dica: è facilmente immaginabile da parte di chi ha una sconfinata, quanto porcellosa fantasia. Del resto, troppi omissis mi ci servirebbero, visto che siamo in atmosfera natalizia. Posso solo citare un antico proverbio, forse cinese, forse no:
Di grandi cose l’uom si fa capace,
allor che il giusto stimolo riceve.
E Stepen di giusti stimoli ne aveva a profusione.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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